Ambiente e territorio

La Fattoria Dell’Ortica

Savigno 1 febbraio 2020 – Oggi si svolge il secondo dei nostri incontri ad alcune aziende di Valsamoggia che praticano agricoltura di qualità, valorizzazione del territorio e produzioni artigianali.

Saliamo ai confini tra Valsamoggia e Zocca, a Santa Croce di Savigno, ad incontrare i titolari della fattoria Dell’Ortica, scritto così con la maiuscola, poiché loro sono “quelli dell’ortica” da quando hanno fatto dell’infestante più diffusa sul loro terreno il primo dei loro prodotti.
E questa scelta ci spiega già la filosofia della (piccolissima) azienda: prendere il territorio come è, coglierne la bellezza e il buono laddove altri vedrebbero un problema, e valorizzare quello.

Stefania e Claudio si sono trasferiti in questo luogo (7 ettari di cui solo 2 coltivati) circa 12 anni fa, da Bologna, ove si occupavano di consulenza aziendale nel settore metalmeccanico, per passione e desiderio di una vita diversa.

I primi anni sono stati dedicati a conoscere, nel senso più pieno e completo, il terreno, il territorio, le piante, gli animali che lo popolavano, e a fare prove di convivenza pacifica.
Oggi pare che questo obiettivo sia stato raggiunto: i racconti di convivenza e collaborazione con gli animali selvatici sono sorprendenti, tenendo conto anche del fatto che siamo in una terra ove è forte la presenza dei cacciatori e gli animali sono abituati a temere l’uomo.

Tuttavia insistenza e gentilezza, nonché il tacito permesso di nutrirsi di una parte dei prodotti della terra, l’uso accorto delle recinzioni rispettando le zone di “transito” e altri accorgimenti suggeriti dal tempo e da una sorta di complicità, hanno fatto acquisire a caprioli e cinghiali l’abitudine a non dare fastidio, rimanendo il più delle volte nella zona boschiva e dando ogni tanto una mano a ripulire da frutti caduti ed eccedenze dell’orto la parte coltivata.

La terra è argillosa, e l’ottica di coltivazione naturale che guida l’azienda non prevede di forzare le colture: ciò che cresce bene viene aiutato a crescere, con ciò che stenta non si insiste. Questa è resilienza nel più genuino senso del termine.
Oltre all’ortica e ad altre spontanee ampio spazio è stato dato alle piante aromatiche, che hanno bisogno di poco per vivere ma molte proprietà. Un piccolo orto lavorato anno dopo anno in modo da arricchire il terreno, arbusti di piccoli frutti, alcuni alberi da frutto e i roseti sono state le uniche aggiunte al territorio.

L’attività dell’azienda si articola su 2 punti chiave:
1) Il circuito delle fattorie didattiche, che permette, in un’ottica di valorizzazione del territorio, l’accoglienza di gruppi di persone di qualsiasi età per passeggiate lungo percorsi tematici strutturati tra colori e profumi, con laboratori all’aperto e richiamo costante al rispetto per l’ambiente, assaggi di quel che il luogo offre in quel tal momento, riconoscimento di piante e ascolto di animali, di solito raramente visibili di giorno in presenza di molti umani, ma sempre presenti.

2) Produzioni biologiche di erbe fresche ed essiccate, sali aromatici, confetture molto particolari e oleoliti, venduti nei numerosi mercati ed eventi della Valsamoggia.
Oltre all’ortica, quindi, piante aromatiche e officinali, usate anche per creare insaporitori originali e, macerate in olio di oliva, oleoliti dai vari usi; rose essiccate e in confettura, conserva di pomodori e  l’antico “miele dai 700 fiori” prodotto in realtà con zucchero e fiori di tarassaco.
Tutte le materie prime che non sono autoprodotte sono scelte con attenzione alla qualità e alla vicinanza della zona produttiva, in modo da poter garantire il prodotto finale come pienamente biologico.

A fronte di questa finora più che rosea narrazione, mentre sorseggiamo una tisana dolcificata col “miele”di cui abbiamo detto, viene naturale forse chiedersi: “ma si può davvero vivere del proprio orticello e del bosco, facendo marmellate strane e oleoliti, e accompagnando gente in giro per una fattoria?”. No, non si può. Finora le entrate sono integrate con una attività di consulenza aziendale che è retaggio della prima vita di questi due coniugi.

Perché non si può?
Vediamo: intanto dobbiamo dire che è da poco che l’azienda è tale, e farsi conoscere richiede tempo; i prodotti sono di nicchia, e le circostanze in cui trovarli – mercati, sagre etc. – a volte vengono a  sovrapporsi ad altre, per cui la richiesta è quella di istituire un’agenda degli eventi di tutta la Valsamoggia con la possibilità per gli espositori di essere presenti a tutti pur senza il dono dell’ubiquità, e ai visitatori di essere informati, invitati e trasportati, in occasioni importanti, dall’uno all’altro nelle vicinanze; e infine, c’è il lungo discorso dei permessi e della burocrazia.

Ciò che il contadino può vendere oltre al nudo prodotto del campo non è sempre ben chiaro, ma è certo che occorre chiedere permessi, seguire corsi, accertarsi di continuo delle variabili regole vigenti: ciò è molto giusto sotto un certo punto di vista, ma non aiuta la piccola produzione locale, che anche se usufruisce di deroghe non ne usufruisce abbastanza e per una piccola produzione in più dovrebbe dotarsi di laboratori o attrezzature molto costosi. Le regole per la manipolazione dei prodotti sono molte e l’adempimento è un investimento oneroso senza certezza del risultato, cioè in sostanza che la spesa venga ripagata nel tempo:  il risultato spesso è che il contadino rinuncia ad una produzione di qualità che porterebbe (magari) a valorizzare prodotti tipici, antichi saperi e territorio tutto.

Le istituzioni locali, regionali e nazionali potrebbero rendere le cose più semplici rispetto a certificazioni e controlli, come peraltro è stato fatto in Veneto e Toscana, permettendo che l’agricoltore possa, con maggiore semplicità pur nel rispetto delle basilari norme di igiene e sicurezza, vendere il proprio prodotto sia allo stato di natura sia lavorato, tenuto conto della qualità e del valore ambientale della produzione stessa, per contrastare abbandono del territorio e dell’attività lavorativa.

A tale proposito e in senso più esteso, si fa notare come un territorio ricco di tante curiosità e particolarità  potrebbe essere meglio valorizzato dalle istituzioni locali e dagli enti di promozione turistica.
E’ difficile insomma che un turista o anche un abitante della zona vada a cercare ciò di cui non sospetta l’esistenza.

Abbiamo detto che il terreno confina con la provincia modenese: questo fa sì che la zona, date le differenti disposizioni per la caccia, sia spesso battuta da cacciatori, il che disturba l’equilibrio con i selvatici di cui si è parlato all’inizio, nonché la tranquillità in generale.
Ultimo punto dolente è l’abitudine di molte persone ad usare il territorio come discarica, e viene citato ad esempio il ritrovamento, nel lavorare il terreno, di un’automobile non integra ma certo voluminosa, abbandonata tempo prima da chissachi.

Concludiamo parlando dell’esperienza del “Mercato delle cose buone” che si svolge a Savigno: così come in altre fiere e mercati della Valsamoggia, sarebbe bello che i valori della naturalità, dell’originalità, della stagionalità, della resilienza al cambiamento climatico, della cura delle zone boschive e di quant’altro abbia a che vedere con la sostenibilità ambientale avessero maggiore visibilità e divenissero un punto forte, spesso citato e ribadito, magari messo in discussione, ma in sostanza fatto notare, messo bene in rilievo, non aggiunto come una curiosità in coda al resto. Questo non sosterrebbe solo l’attività dei pochi coltivatori che non si arrendono alle difficoltà, ma la consapevolezza di tutta la popolazione.

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